Potevo farlo anche io, e altre 100 bugie che ti dici
Ci fate mai caso che “Potevo farlo anche io” è la frase più detta da chi poi non fa niente?
Se andate a mostre, studiate e parlate con gli altri di arte c’è una frase che ritorna spesso davanti ai buchi e ai tagli di Lucio Fontana: “Potevo farlo anch’io”. È una frase che dice molto più su chi la pronuncia che sull’opera, perché il punto dell’arte contemporanea non è mai il gesto in sé, ma il momento storico, il contesto culturale e il coraggio di rompere una regola quando nessuno prima aveva osato farlo. Ma potevano veramente farlo anche loro quindi, oppure no? I famosi tagli di Fontana, ma potremmo fare un sacco di altri esempi, non sono semplicemente tela bucata, ma la fine della pittura come finestra illusionistica e l’apertura dello spazio reale nell’opera. Negli anni cinquanta e sessanta, periodo in cui nasce e si sviluppa il ciclo di opere dei buchi di Fontana, l’arte era ancora legata all’idea di rappresentazione, di maestria tecnica, di superficie intoccabile, tagliare la tela era un atto sacrilego, violento, rivoluzionario. Era provocazione fatta in arte. Il gesto ribelle per eccellenza.

Come Duchamp che porta un orinatoio in un museo, Man Ray che sovverte la fotografia, Rothko che svuota la pittura fino a renderla esperienza emotiva pura, Piero Manzoni che apre il mondo della simbologia con la sua Merda d’Artista, Fontana agisce contro tutto ciò che l’arte era stata fino a quel momento. Marina Abramović e Valie Export mettono il corpo al centro quando il corpo non era ancora linguaggio artistico accettato, soprattutto da parte di una donna. Oggi ci sembrano gesti semplici, quasi banali e ovvi, ma questo solo perché hanno cambiato per sempre il nostro sguardo. Questo dovrebbe farci apprendere e apprezzare quanto quei gesti hanno avuto un significato profondo per noi. Se possiamo apprezzare l’astrattismo, è solo perché qualcuno ha avuto il coraggio di sovvertire le regole canoniche e togliere i preconcetti dell’arte del tempo.



Il primo errore che si fa, quando si dicono queste frasi, è dare per scontato che chi critichiamo non sia in grado di fare altro. Mettiamo in discussione il suo operato, sminuendolo, non comprendendo la sua potenza, ma dando anche per ovvio che quello che ha fatto lo ha fatto solo perché non sapeva fare altro. Prendiamo Fontana per esempio, dato che calza a pennello in questo discorso, se si pensa a lui si pensano i tagli, i buchi nella tela, ma non si tiene in considerazione il suo background. Fontana è stato un grandissimo scultore, un ceramista, frequentò l’accademia di belle arti di Brera e redasse il “Manifesto Blanco” con cui pose le basi del “Movimento Spazialista”. Fontana era un uomo colto, un artista di talento, con basi solide, che apprese da grandi maestri, come Adolfo Wildt. Dunque, tutto quello che ha fatto, lo ha fatto a seguito di studi, di riflessioni e di osservazione del panorama artistico dell’epoca. Ma Fontana è solo un esempio, perché questo discorso vale per tutti gli artisti sopra citati. Ognuno di loro aveva enormi capacità, e quasi tutti nascevano con basi di pittura o di arte considerata “classica”. L’arte contemporanea, che poi ha definito il loro percorso, è stato a seguito di un percorso, a seguito di parecchio studio. Duchamp stesso nasce come pittore e scultore classico, tutto quello per cui noi lo amiamo e studiamo, viene dopo. La grandissima Marina Abramovic, conosciuta da noi per le sue performance hardcore, nasce come studentessa di pittura, e inizia il suo percorso artistico vendendo quadri, per pochi spicci. Arriva alla performance grazie a un collettivo artistico che frequentava da ragazza. Per questo chi dice queste frasi pecca di superbia, perché bypassa tutto il percorso di studi e esperienziale che hanno fatto questi artisti, per arrivare a quelle conclusioni che portano poi a quelle opere da loro prodotte.
Ma quindi questi fori e questi tagli cosa rappresentavano? Che significato avevano? Perché non sono così banali come sembrano? Tutto nasce nel 1949, quando Lucio Fontana formula il “concetto spaziale”, un concetto determinante per la sua arte, che consiste nel rendere in arte una quarta dimensione, un ambiente spaziale. Fontana rende sfumati i confini tra l’opera d’arte e lo spazio che la circonda, invitando gli spettatori a interagire con il vuoto che va oltre la superficie e riflettere sulle possibilità che offre l’universo. Ricordiamo che nel 1946 furono pubblicate le prime immagini della Terra riprese da un missile, rendendo a tutti più netta la distinzione della Terra nello spazio, e di cosa c’è là fuori. Questo fu di grande ispirazione per Fontana. Inizia così il ciclo dei “Buchi”, opere dove all’intervento cromatico vengono aggiunti vortici di fori eseguiti con un punteruolo. Le prime tele erano “vergini”, ovvero completamente bianche, poi con il tempo inizia a dipingere e a seguito, a non utilizzare solo tele. La distribuzione dei fori inizia a mutare, la loro grandezza anche, non tutti i quadri seguivano la stessa logica o lo stesso ordine. Fontana disse “Abbandoniamo la pratica delle forme di arte conosciuta e abbandoniamo lo sviluppo del tempo e dello spazio. Concepiamo l’arte come somma di elementi fisici, colore, suono, movimento, tempo e spazio, concependo un’unità fisico-psichica. Sono le forme fondamentali dell’arte spaziale”. Ed è qui che sta tutto il suo pensiero e la sua potenza. Dei buchi e dei tagli, che apparentemente sembrano fatti a caso, sono invece studiati alla perfezione, per mostrarci qualcosa che va oltre. Per dimostrarci che l’arte non è solo bei colori e belle figure posizionate su tela. L’arte è significato e riflessione, è anche critica e specchio della nostra società. E in un momento in cui si esplorava il mondo, in senso letterale, Fontana lo esplorava attraverso le sue tele, e voleva mostrarlo anche ai suoi spettatori. Nei suoi quadri Fontana cercava il niente, cercava il vuoto, quindi, in un certo senso, cercava l’infinito, proprio come gli scienziati con lo spazio. Quei tagli diventano un atto di rottura, oltre i limiti imposti dagli uso, dai costumi e dalle tradizioni, ma a seguito di una onesta comprensione della tradizione, dall’uso accademico dello scalpello, della matita, del pennello e del colore. È questa la pura potenza di quel gesto: rendere l’arte pura filosofia, destinata a una funzione sociale, creare una prima dimensione di vuoto, destinata alla libertà degli artisti di creare arte con qualsiasi mezzo. Una libertà che fino a quel momento non si aveva. Sostanzialmente l’arte si è aperta al mondo in quel momento e se adesso, gli artisti, possono avere le libertà che hanno, è proprio per la battaglia che qualcuno ha fatto prima di loro per permetterglielo.

All’epoca queste opere furono accolte con scandalo, incomprensione e derisione. Il pubblico non era pronto, la critica si divideva in chi comprendeva e amava e chi disdegnava quei gesti, e molti parlavano di vera e propria presa in giro. Ma è proprio lì che sta la loro forza storica, nessuno aveva mai pensato che si potesse fare, e soprattutto nessuno aveva avuto il coraggio di farlo. Ripetere oggi un taglio o una performance estrema non avrebbe lo stesso peso, perché quel confine è già stato superato. L’arte non è ripetizione del gesto, ma invenzione di un nuovo linguaggio quando ancora non esiste. È fin troppo facile dire “lo potevo fare anch’io” dopo che qualcuno ha aperto la strada alla possibilità di farlo. La vera genialità è averlo fatto per primo, quando nessuno sapeva nemmeno che fosse possibile. È riuscire a guardare fuori dagli schemi in un momento in cui l’alternativa non esiste.
L’arte senza contesto storico perde il suo valore, così anche i tagli di Fontana. Quindi no, non potevi farlo anche tu, anche se credi il contrario. E quel buco, non è mai solo un buco.