Arte o Plagio Digitale?

Arte o Plagio Digitale?

Ormai si sa, gli schieramenti per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’arte sono due: chi la usa e la apprezza, e chi la odia e pensa sia un furto vero e proprio. Ma come si può essere così discordi su un argomento?

Per me però, la domanda non deve essere AI sì o AI no, ma AI come supporto o sostituzione? E qui proverò a ragionare se ha senso vederla come sostituta all’arte. (Spoiler no)

Quando si parla di intelligenza artificiale nell’arte, ovviamente, si parla di intelligenza artificiale generativa. Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale generativa è entrata con forza nel dibattito culturale e artistico, ponendosi come una presunta nuova frontiera della creatività. Immagini, testi, musica e persino filmati vengono prodotti da algoritmi sempre più sofisticati, capaci di imitare stili, linguaggi e tecniche umane con sorprendente efficacia. Eppure, proprio qui si annida una contraddizione fondamentale, secondo me, l’AI può imitare l’arte, ma non può essere arte.

Il primo nodo critico riguarda l’origine stessa delle opere generate dall’intelligenza artificiale. Per funzionare, questi sistemi devono essere addestrati su enormi quantità di dati, che includono opere artistiche realizzate da esseri umani, come immagini, fotografie, testi, illustrazioni, stili visivi. In altre parole, l’AI non crea dal nulla, ma rielabora materiale preesistente, spesso (o quasi sempre) senza consenso e senza riconoscimento degli autori originali. Questo solleva una questione etica profonda, si tratta, di fatto, di una forma di appropriazione del lavoro altrui. È furto quindi?

Un artista umano, pur ispirandosi a ciò che vede, studia o ammira, filtra sempre la realtà attraverso la propria esperienza, il proprio vissuto, la propria sensibilità. E in caso di plagio ci sono i parametri e c’è poi una persona fisica da poter denunciare, con l’AI no, e anche questo è un bel problema. L’artista poi, anche quando guarda al passato o a un maestro, lo fa interpretando, trasformando, aggiungendo qualcosa di irripetibile. Il suo “tocco” non è replicabile perché nasce da una coscienza, da un corpo, da una storia personale. L’intelligenza artificiale, invece, non interpreta, combina, calcola, esegue.

Basta pensare al fenomeno, diventato virale, degli avatar in stile Hayao Miyazaki. Milioni di immagini generate automaticamente hanno saccheggiato decenni di ricerca artistica, poetica e visiva di un autore unico, riducendo il suo stile a un filtro. Anni di lavoro, di visione del mondo, di sensibilità, trasformati in un’estetica replicabile all’infinito. Qui emerge con chiarezza la differenza sostanziale tra ispirazione e copia, l’AI non rende omaggio, estrae e riproduce.

Ma il limite più profondo dell’intelligenza artificiale non è solo tecnico o etico, è umano. L’arte non è soltanto forma, ma prettamente pensiero. È lettura della realtà, analisi del presente, risposta emotiva e critica al mondo che ci circonda. Un’opera d’arte nasce da un’urgenza, ovvero il raccontare qualcosa che riguarda il proprio tempo, il proprio contesto, le proprie contraddizioni. L’AI, non avendo coscienza né esperienza diretta del reale, non può avere questa urgenza. Non vive il presente, non lo soffre e non lo attraversa. Di conseguenza, non può raccontarlo davvero.

Si dice spesso che l’AI possa evolversi, ma in realtà essa è strutturalmente ancorata al passato. Attribuisce probabilità a ciò che è già stato, attinge a correnti artistiche, tecniche e linguaggi esistenti. Le avanguardie, invece, sono nate proprio dal rifiuto di ciò che c’era prima. Il cubismo non è emerso perché statisticamente plausibile, ma perché alcuni artisti hanno sentito la necessità di rompere con la rappresentazione tradizionale, di rischiare, di fallire, di provare qualcosa di radicalmente nuovo. Questo slancio, questa tensione verso l’ignoto, l’AI non può averla. Picasso pensava, l’AI no.

Ciò non significa che l’intelligenza artificiale sia uno strumento malvagio o inutile. Al contrario, in molti ambiti, specialmente scientifici e tecnici, rappresenta un supporto straordinario e rivoluzionario, e automatizza passaggi che rappresentavano solo perdite di tempo per noi esseri umani. Anche nel cinema e nell’arte può avere un ruolo utile, se utilizzata come ausilio e non come sostituzione, il discorso sta tutto lì. Un esempio lampante e significativo è l’uso dell’AI nel film The Brutalist, candidato agli Oscar 2025, dove è stata impiegata in modo impercettibile per correggere la pronuncia ungherese del protagonista, che non era madrelingua, e che ha pure vinto come miglior attore protagonista agli Oscar. Un intervento minimo, rispettoso, che ha migliorato l’opera senza snaturarla, senza sostituire il lavoro creativo umano.

Il problema nasce quando si pretende che l’AI crei ex novo un’opera artistica. Un film, un libro, una fotografia generati interamente da un algoritmo non saranno mai davvero originali, per quanto possano essere fatti bene, saranno assemblaggi di elementi già visti, rimescolati in modo diverso, ma privi di una vera visione. Dove sarebbe l’idea? Dove la presa di posizione? Dove l’emozione autentica? Senza questi elementi, ciò che resta è solo intrattenimento, solo superficie, solo grafica, magari bella, ma solo involucro vuoto.

L’arte è l’incontro di forma, contenuto, visione ed emozione. Togliendo l’essere umano da questa equazione, si perde il senso stesso dell’arte. E un mondo che rinuncia all’arte come espressione del pensiero e della sensibilità umana è un mondo che rinuncia a interrogarsi su sé stesso, e che un domani non avrà senso di essere studiato artisticamente.

Per ritornare dunque alla domanda iniziale, la risposta è no, l’AI non potrà mai essere una sostituzione all’arte. Un ausilio forse sì, in maniera consapevole, sensata e ponderata, ma una sostituzione no, mai.

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About Luccioola

Un topo di campagna costretto a vivere in città.

Milano, Italy https://luccioola.art